DOC, DOCG e IGT: come funzionano le denominazioni del vino
Sull'etichetta di un vino italiano compaiono spesso tre sigle — DOC, DOCG, IGT — che raccontano da dove viene e con quali regole è stato prodotto. Capirle significa leggere la geografia del vino italiano.
La piramide della qualità
Il sistema italiano si può immaginare come una piramide: alla base le IGT, più ampie e flessibili; al centro le DOC, legate a un territorio definito; al vertice le DOCG, le denominazioni più rigorose. Più si sale, più stretto è il legame con il luogo e più severo il disciplinare.
IGT: l'Indicazione Geografica Tipica
L'IGT identifica vini legati a un'area geografica ampia, con regole produttive meno vincolanti. È la categoria che ha dato spazio, per esempio, ai grandi tagli bordolesi della costa toscana, nati fuori dagli schemi tradizionali.
DOC: la Denominazione di Origine Controllata
La DOC certifica un legame stretto fra il vino e una zona delimitata, con un disciplinare che fissa vitigni, rese e pratiche. È il cuore del sistema: dall'Etna in Sicilia al Teroldego Rotaliano in Trentino, ogni DOC è una carta d'identità territoriale.
DOCG: la garanzia e la fascetta di Stato
La DOCG aggiunge alla DOC un controllo ulteriore — la garanzia — con esame e numerazione di Stato. Sono DOCG i grandi nomi come il Brunello di Montalcino, il Barolo e il Barbaresco, il Cerasuolo di Vittoria, il Prosecco Superiore di Conegliano-Valdobbiadene.
E in Europa? DOP e IGP
A livello europeo DOC e DOCG confluiscono nella DOP (Denominazione di Origine Protetta), mentre l'IGT corrisponde all'IGP (Indicazione Geografica Protetta). Le sigle italiane restano in uso e convivono con quelle comunitarie.
Le denominazioni, regione per regione
Ogni territorio ha le sue: si possono percorrere attraverso i nostri ritratti regionali, dalla Toscana al Piemonte, dal Veneto alla Sicilia, fino al Trentino-Alto Adige.